Connessi ai margini
Un diario della 3° edizione di “Giovani Spiriti, Città Infame”
Fare rete, oggi, per un artista significa scegliere tra due solitudini. Da un lato le grandi città: alveari ricchi di spazi e opportunità, ma così caotici e saturi di progetti da ridurre qualsiasi scena a un rumore bianco di sottofondo. Dall’altro la provincia e i piccoli centri, dove un atto espressivo dirompente potrebbe scuotere la calma di un posto in cui non succede mai niente, ma finisce solo per restare inespresso. Perché manca tutto: gli spazi, il pubblico, la domanda. Per questo, quando mi sono imbattuto per caso su Instagram nella spoglia locandina di “Giovani Spiriti Città Infame”, qualcosa ha subito attirato la mia attenzione. Una comunicazione enigmatica e scarna, una line-up con band di nuovissima formazione (alcune persino senza social network) ma soprattutto la location: gli spazi verdi di un’azienda agricola nel cuore della Tenuta della Mistica. Un polmone verde a malapena racchiuso nei confini di Roma, a pochi chilometri da quel cerchio del Grande Raccordo Anulare che separa la metropoli dalla “Ciociaria”. Una provincia dentro la città, uno spazio di espressione libera interno quanto lontano dai rumori soffocanti della metropoli.
Il 6 giugno 2026 io e Lorenzo Antuori ci siamo quindi recati all’Agricoltura Capodarco Mistica con tanta curiosità ma pochissime informazioni su un festival che, pur se alla sua terza edizione, non aveva avuto fino a quel momento alcun tipo di copertura giornalistica. Data la mia scarsissima cultura in fatto di musica live, ho lasciato a Lorenzo il compito di prendere appunti sulle undici band che avrebbero accesso il palco dal pomeriggio fino a notte inoltrata, mentre io mi sono dedicato a ciò che mi riesce meglio: accollarmi e tempestare la gente di domande. Questo è il risultato.
-Vincenzo “Notta” Riccardi
Arrivati sul posto con largo anticipo, riusciamo a goderci qualche momento di tranquillità immersi nel verde, prima dell’inizio del festival previsto per le ore 15:00. Ci troviamo subito in mezzo ad un mosaico di realtà, nel quale convivono pacificamente le diverse anime del luogo. Davanti a noi un mercato ortofrutticolo con casse di frutta e verdura dal colorito acceso, una tavola calda dove i camerieri stanno preparando i coperti per il pranzo e un angolo adibito al book crossing (che, come nota Vincenzo, pare funzionare davvero e non ospitare solo libri di ricette di Antonella Clerici). Nel frattempo sullo sfondo hanno luogo gli ultimi preparativi per l’allestimento del palco, davanti al quale si erge un gazebo dentro cui si sta festeggiando un compleanno. Chissà se gli invitati, eleganti signori della terza età, hanno la più pallida idea di sostare vicino a un festival di musica rock, e come reagiranno a riguardo. Prima di sederci ai tavoli del bar, ci fermiamo al piccolo stand allestito all’ingresso. Lì, in cambio di un contributo di 15 euro, è possibile ritirare un CD con le demo di quasi tutti gli artisti che vedremo oggi sul palco, in un mix di pezzi editi, inediti e registrazioni bootleg. Incrociamo con la coda dell’occhio Marcello Newman e Pierantonio “Pippo” Grassi, i due ragazzi grazie ai quali esiste tutto ciò. Sono particolarmente impegnati a gestire il palco e districare i più svariati problemi tecnici e decidiamo quindi di tenere a bada le nostre domande per loro a festival inoltrato. Dopotutto, neanche il tempo di riaccomodarci di nuovo al bar che il DJ inizia a suonare, a segnare il tempo che lentamente scorre verso il pomeriggio.
Mentre il sole batte ancora forte sulla nostra testa, e il set chiude sulle note di Mahal dei Glass Beams, ci accomodiamo sotto le fronde di un albero convenientemente posizionato a pochi metri dal palco. La prima band sta finendo il soundcheck, mentre Vincenzo nota un piccolo stand improvvisato dove una ragazza sta facendo “ritratti brutti”, caricature fatte al momento in cambio di un bicchiere di vino. Si chiama Rocio Quillahuaman, è un’animatrice di origine peruviana e, mentre la sua matita riesce con facilità a restituire le fattezze del mio collega, ci parla di come sia appena tornata da un non troppo entusiasmante Primavera Sound soltanto per essere qui, a questo festival che ama per la sua energia e la sua capacità di riconnetterla con vecchi amici e conoscenti. Casilina Est 1, Barcellona 0, palla al centro.
Ad aprire il festival sono gli Erede. Di loro non sappiamo praticamente nulla: nessun pezzo pubblicato online, nessun profilo sui social; non conosceremmo neanche i loro volti se non ci fossimo presentati poche ore prima davanti ad un caffè. Durante il soundcheck ci vengono consegnati dei fogli stampati con la setlist e i testi di ogni canzone. Chiedendo informazioni a Marcello, veniamo a sapere che l’idea è del gruppo. Il motivo ci è chiaro quando, sul tappeto slowcore impostato dalle chitarre, le due voci cominciano a intrecciarsi cantando ognuna un testo diverso dall’altra. «È una cosa un po’ influenzata dai R.E.M.», ci rivelano sorridendo dopo il concerto «il loro cantante si mangiava un sacco le parole e la gente poteva costruire da lì i propri significati. Volevamo evitare l’eroismo della voce che devi seguire e che ti deve per forza insegnare qualcosa. Volevamo creare come increspature sul lago del linguaggio, parole smozzicate ma con un senso». Vedendoli suonare la sensazione è quella di un progetto che mette in gioco tante idee, a volte forse troppe. Yo La Tengo, Galaxie 500 ma anche il cantautorato italiano di Franco Battiato, Ivano Fossati e Francesco De Gregori convivono in un amalgama forse ancora acerbo, ma genuino. Come ci confermano anche loro: «Molto spesso nei gruppi la gente suona con le influenze che crede di avere o vorrebbe avere. Noi abbiamo cercato di suonare quelle influenze che ci venivano naturali, che di fatto avevamo. Ma siamo consapevoli che dentro al nostro suono si possono trovare delle cose completamente disdicevoli». Per essere un gruppo che ha suonato insieme solo per la seconda volta (la prima su un palco) e che ha finora composto solo tramite lo scambio giocoso e anarchico di tracce audio registrate da ciascuno in casa, gli Erede hanno sicuramente ancora tanto da scoprire sul loro suono. Al contempo, il processo di scrittura dei testi, che partendo scollegati si ricongiungono pian piano fino a formare una sola voce, è sicuramente il loro fiore all’occhiello, una metamorfosi che non può non affascinare chi la assiste dal vivo.
Chitarre distorte, cassa dritta in 4/4 e l’onnipresenza di un basso synth a riempire ogni silenzio; questi appena descritti sono elementi che fanno da biglietto da visita al sound dei Poo Poo Talks. La ciliegina sulla torta la intravediamo sulla maglia del cantante, una t-shirt consumata su cui sopra si può intravedere il logo sbiadito dei GeeTee. Non è un caso che la loro epica ricalchi in parte le gesta dei più grandi eroi della cultura garage australiana; una musica diretta e veloce, fatta di EP registrati sul momento o in presa diretta durante i concerti. Mentre si alternano anthem scanzonati come Mal Di Pancia o Culo Rotto, il pubblico comincia lentamente ad avvicinarsi verso il palco. Alcuni si lanciano in danze e pogo sotto cassa, e anche chi non vuole rinunciare all’ombra durante l’ora più calda della giornata esprime il proprio assenso dalle retrovie, annuendo con la testa a tempo di musica. Il set, tra il continuo alternarsi di riff e di birre sul palco finisce con la velocità con cui è iniziato. Quello che ci rimane è la curiosità per un gruppo che adotta delle sonorità così distanti dalla nostra penisola. È per questo che decidiamo di avventurarci nello spazio riservato agli artisti, che poi non è altro se non un tavolo da picnic nascosto poco dietro il palco e riconoscibile grazie alla scritta “BACKSTAGE” scarabocchiata a pennarello su un foglio lì appiccicato. Prima di riuscire a porgli una qualsiasi domanda, però, veniamo incalzati da una richiesta unanime dei ragazzi: «Dove possiamo trovare una birra?».
Come è nato il nome Poo Poo Talks?
È nato un po’ a caso. Suonavamo insieme da qualche mese e parlavamo spesso di diversi nomi possibili. Poi ci siamo resi conto che parlavamo molto spesso di merda, e da lì ci è arrivata l’idea. Semplicemente ci suonava bene.
Il vostro è un suono sporco e diretto, di pezzi registrati e scritti in una sera. Ma nonostante questo in più di 3 anni di attività avete rilasciato solo 2 demo e uno split. Quando sentite la necessità di incidere?
Effettivamente non so se ce lo siamo mai chiesti. Quando abbiamo inciso il primo demo nel 2023 lo abbiamo fatto semplicemente per avere qualcosa di fisico da lasciare alle persone che ci venivano ad ascoltare live. Alla fine suonare dal vivo rimane il nostro scopo principale, pensa che siamo su Spotify praticamente soltanto da un annetto. Il secondo demo (“DEMOO”, 2024) per esempio è uscito a fine novembre ed è nato praticamente in funzione del tour che avremmo iniziato poco dopo, quasi la stessa storia per lo split con i Five Bucks uscito quest’anno. L’etichetta Wild Honey ci ha proposto di farlo e avevamo un tour da iniziare, dei pezzi da registrare e lo abbiamo fatto.
C’è sicuramente una componente live molto forte nella vostra musica, si sente che è musica ragionata anche e soprattutto per questo.
Non a caso i nostri dischi sono tutti registrati in presa diretta. Lo split in particolare è stato registrato al Trenta Formiche di Roma, che è un posto dove abbiamo suonato molte volte e a cui siamo molto affezionati. Al momento siamo in una fase in cui tutto quello che abbiamo scritto è stato registrato, quindi ci interessa soltanto portare la nostra musica in giro.
Nel secondo demo si fanno spazio delle tastiere e i pezzi iniziano ad allungarsi e stratificarsi un minimo. Avete una destinazione per il vostro suono? Vi interessa di più spingere sulla distorsione o sulla demenzialità?
Vorremmo mantenere entrambi questi fattori. Siamo tre persone che, pur con approcci molto diversi, riescono a dar vita un suono riconoscibile senza andare in una direzione unica. Alcuni di noi sono affezionati al rumore, altri ad un suono lo-fi e, pur condividendo background artistici simili, ognuno di noi poi si è andato specializzando verso una dimensione sonora specifica. Non ci siamo mai posti un punto di arrivo per la musica che facciamo, al massimo conserviamo la nostra base di partenza che è quel certo tipo di punk rock molto veloce. Ci consideriamo semplicemente persone che amano suonare, che hanno voglia di sperimentare per produrre alla fine una musica che di sperimentale ha ben poco.
Che legami avete con la scena australiana? Come siete arrivati ad aprire per Billiam al Trenta Formiche nel 2024?
La collaborazione con Billiam è nata dal fatto che gestiamo un’etichetta, la Music From Ass, con cui organizziamo anche dei concerti. Billiam in quel momento stava organizzando il suo tour europeo, e abbiamo pensato di portarlo a Roma e aprire per lui. Il legame con la scena australiana è invece nato durante il Covid, complice sia la nascita di un sacco di progetti nuovi in quel periodo che il maggior tempo a disposizione da poter passare in rete per conoscere nuova musica. Oltre alla noia di ascoltare sempre le stesse cose e trovarsi finalmente a contatto con una wave che faceva punk in una maniera completamente diversa dagli altri. Anche in Italia comunque ci sono un sacco di band punk validissime su quella falsariga.
Ci fate un paio di nomi?
I Five Bucks con cui abbiamo fatto lo split, i Bizarre, i Bad Plug di Milano, Siouxsie and the Skunks, Manduria. La già citata Wild Honey in particolare sta facendo un buon lavoro di scouting per la promozione di gruppi emergenti uniti da questo nuovo modo di fare punk.
Avete un ricordo particolare di qualche vostro live?
Oltre al già citato Trenta Formiche, lo Chaff a Bruxelles sicuramente. Oppure ci viene in mente un live che abbiamo fatto a Heidelberg in Germania per uno skate fest, dove eravamo praticamente la band di punta e c’era un casino di gente. Ci sentiamo inoltre di citare il Metapalooza [organizzato dai Bee Bee Sea a Castel Goffredo, Mantova; NdR] non tanto per un concerto nostro in sé per sé, ma proprio per l’ambiente e la gente che lo organizza che sono sempre attenti alle nuove uscite e fanno un grandissimo lavoro.
A seguire salgono sul palco i Vascelli. Sotto di loro si è già consolidata una nutrita schiera di persone, in mezzo alle quali riusciamo a sgusciare per avere una migliore prospettiva del live. La prima cosa che ci sorprende è che alla batteria del gruppo troviamo Pippo, uno degli organizzatori; accanto a lui bassista e chitarrista a completare un trio dallo spiccato retrogusto indie rock. L’eterogeneità del gruppo, che avvicenda agevolmente arpeggi trasognati, divagazioni psichedeliche e sferzate più spiccatamente post-punk, ci fa rimanere incollati a guardarli. La loro estetica è condensata da Piangi con me, il loro primo singolo, nel quale gli elementi sopra citati sono sostenuti da un’impalcatura sincopata che fa l’occhiolino al ritmo motorik.
Avendo la possibilità di prendere due piccioni con una fava, fermiamo Pippo per farci finalmente raccontare qualche dettaglio in più sull’organizzazione del festival. Ci racconta fiero dello spazio, che è rimasto lo stesso fin dall’inizio e nasce grazie alla collaborazione con Stefano di Febbo, fondatore della realtà imprenditoriale Orto 2.0 che utilizza tecnologie digitali per ottimizzare la coltivazione e ridurre gli sprechi agricoli. Uno spazio verde di questa portata sposa perfettamente la loro idea di un festival libero e basato sul passaparola, dove una comunità possa riconoscersi e allargarsi grazie alla sola voglia di stare insieme, uniti dalla stessa voglia di suonare e dalla passione per la musica indipendente. Anche la scelta degli artisti sposa questo principio: amici, conoscenti, musicisti del loro giro e a volte anche qualche band che, affascinata dal loro lavoro, si è messa in contatto con loro per proporre la loro musica. Ci tiene inoltre a precisare che lui e Marcello non sono una associazione culturale, e non hanno sponsor o finanziamenti esterni di alcun tipo. Il festival esiste solo grazie alle donazioni libere all’ingresso, che andranno poi divisi equamente tra tutte le band alla fine del festival. «L’anno scorso siamo riusciti a garantire 80 euro a tutte le band che si sono esibite per noi, quest’anno speriamo davvero di arrivare a 100!».
Mentre finiamo la nostra chiacchierata con Pippo, comincia il live di Mayakovskij, Pseudonimo di Maya Cocchi, una giovane cantautrice e virtuosa della chitarra con all’attivo un EP, “Denti da Latte” (Prestazioni Idrauliche, 2025), che si presenta inizialmente sul palco da sola. A colpirci è la leggerezza con la quale, su di una chitarra morbida che ripercorre atmosfere midwest emo, dà vita a immagini sporche, al limite del disturbante. A metà set il tono però cambia radicalmente; gli arpeggi della chitarra convergono in dei riff che sembrano scritti dai Deftones di “Koi No Yokan” (Reprise Records, 2012), mentre sul palco salgono basso e batteria a sottolineare il cambiamento in corso. I pezzi che seguono si alternano diventando via via più rumorosi, più violenti, fino al muro sonoro finale, sul quale rimaniamo meravigliati per più di qualche secondo. Il momento che più ci colpisce è una reinterpretazione di Carne, singolo presente nel primo EP, che più che l’originale incisa ricorda una cavalcata shoegaze dei Julie o dei Fleshwater. Dopo la fine del concerto riusciamo a fermarla per farle un paio di domande.
Nella tua biografia su Spotify si cita lo studio della chitarra jazz come importante per il tuo percorso, ma le influenze che si percepiscono dalle tue performance live sembrano attingere maggiormente dal cantautorato, dal folk, anche un po’ dal metal. Che legame c’è tra la tua formazione jazzistica e la composizione dei tuoi brani?
Parlare di formazione jazzistica è forse un po’ esagerato dal momento che ho studiato chitarra jazz solo in una scuola di musica, non in conservatorio. Ad ogni modo è sicuramente lo studio dell’armonia l’elemento che ho appreso maggiormente e che dà un contributo significativo alla composizione, o almeno la consapevolezza che la creazione di un pezzo non può avvenire per caso, ma deve necessariamente seguire dei criteri.
Nei testi che scrivi notiamo molti riferimenti al corpo umano, che evocano a volte scenari cupi e perturbanti. Sono queste immagini a dare ispirazione ai tuoi testi o parti da testi già composti per dare vita poi alla musica?
La scrittura dei pezzi per me è un processo che non può essere forzato. Di solito succede che mi trovo a suonare, mentre suono mi viene da cantarci sopra ciò che provo e così nasce una mia canzone. Ho provato a mettermi a scrivere a tavolino ma non sono mai rimasta soddisfatta del risultato, quindi cerco semplicemente di registrarmi ogni volta che posso per catturare le idee non appena si formano.
Nei tuoi concerti alterni esibizioni in solitaria a performance in band, come in questo caso. Quale dimensione ti fa sentire più a tuo agio sul palco?
Suonare da sola ha certamente i suoi lati positivi, ma insieme ad altre persone riesco a sentire la musica che faccio più come un’esperienza collettiva. È una sensazione molto diversa da “Denti da latte”, che ho composto interamente da sola e registrato in cassetta col solo aiuto del mio bassista. Sto notando invece che avere altre persone intorno è utilissimo per farsi venire nuove idee e provare insieme nuove strade. Penso che tutta la mia musica futura sarà scritta in band, magari anche esplorando nuovi generi musicali. Tipo lo farei volentieri un disco hardcore, o math rock! Per adesso sto scrivendo nuovo materiale, poi chissà quale sarà la sua forma finale.
Senza neanche accorgercene ci troviamo in fila per la cena. Divoriamo rapidamente le nostre lasagne e, incuriositi dai rumori che sentiamo provenire dal palco, ci riavviciniamo. Mentre la luce del tramonto filtra tra le lettere di cartapesta che compongono la scritta G.S.C.I.3, chitarra e batteria si alternano in un botta e risposta che, più che una composizione jazz, dà l’impressione di essere un dialogo fra due ubriaconi. Il pezzo finisce e Manlio Maresca, il chitarrista dei Gastric Juice, ci delizia con una sua massima: «Giuseppe [il batterista; NdR] è un kamikaze. Suonare con me è una missione suicida!» per poi partire subito a razzo con il pezzo successivo. È difficile srotolare la folle trama della musica dei Gastric Juice, un incessante alternarsi di tempi dispari, disarmonie e stop and go che ti lascia lì a chiederti dove finisce un pezzo e inizia il successivo, dove inizia l’improvvisazione e dove invece è tutto scritto e determinato. Ogni suite è intramezzata dalle esternazioni di Manlio, un Franco Califano che invece della via del cantautorato romanesco ha scelto quella del jazzcore, studiando direttamente alla corte di John Zorn. A sorpresa sale sul palco anche Maya, con la quale il set si conclude sulle note di una stravagante cover di Octopus di Syd Barrett.
Mentre i Gastric Juice scendono dal palco e in sottofondo risuonano le note di Take the Skinhead Bowling dei Camper Van Beethoven, la nostra testa fatica a tornare a concepire la musica e la realtà come un’esperienza armonica. Smarriti e in cerca di redenzione, proviamo a intercettare Manlio direttamente dal backstage, per farci raccontare qualcosa in più riguardo al suo progetto.
Come sono nati i Gastric Juice?
Nella mia carriera ho avuto diversi gruppi, e lavoro da moltissimo tempo con questo tipo di sonorità. Un filo conduttore che ho sempre portato avanti è il concetto di errore, considero la mia musica come un gioco tra quello che è accademicamente giusto e quello che invece potrebbe essere considerato sbagliato. Non che io abbia mai voluto sbagliare appositamente, ma nella mia vita mi sono sempre trovato più vicino a realtà meno accademiche, che consideravano l’errore come parte integrante. Ho una formazione jazz ma contemporanamente vengo dall’hardcore, e adoro Steve Albini come John Coltrane o Thelonious Monk. Il progetto Gastric Juice è quindi solo l’ennesima esplorazione dell’errore, fin dal nome che non ha alcun significato preciso, se non quello di far gola ai curiosi, a chi ha spirito d’avventura.
Sul palco a certo punto hai detto, scherzando: «Questo è l’ultimo pezzo, non so voi dove eravate rimasti!», perché molte volte con questo tipo di musica molto tecnica è difficile capire l’evoluzione di un brano. Dove inizia per voi il pezzo e dove finisce l’improvvisazione?
Abbiamo sempre un inizio e una fine nei nostri brani e c’è un disegno preciso in tutto quello che facciamo, anche se sembra nascosto. Potremmo anche sembrare una improv band, ma in realtà sul palco portiamo sempre delle composizioni. I pezzi li scrivo io, al computer e su una partitura che poi i musicisti che suonano con me sono in grado di replicare perfettamente. Solitamente io arrivo in studio con un pezzo già finito, un’idea che so che funziona dall’inizio alla fine o perché l’ho suonata altre volte o perché ne ho sentito una demo generata dal computer partendo dallo spartito. Lavoro poi invece con gli altri musicisti per quanto riguarda l’arrangiamento. Magari ci viene in mente una parte di batteria migliore, o c’è qualcosa che io ho sempre suonato in un certo modo che nella sinergia del gruppo non funziona, quindi la cambiamo. In particolare in studio rifiniamo un sacco di quegli stop improvvisi (stop and go) che abbondano nella mia musica, e che amo particolarmente. Per me servono a dare una scossa al pubblico, a prenderli dritti al collo.
Abbiamo visto che qualche anno fa hai addirittura collaborato con Steve Albini per un tuo progetto. Come sei arrivato a lavorare con lui?
Avevo questo trio, si chiamava NEO ed eravamo principalmente chitarra, basso e batteria, poi in una seconda formazione chitarra, sassofono e batteria. Attorno al 2010 eravamo sotto contratto con l’etichetta Megasound di Roma che, volendo fare le cose in grande, ci chiese se avevamo un nome che ci sarebbe piaciuto avere alla produzione del nostro disco in uscita, “Neoclassico”.
Steve Albini è stata la nostra prima scelta. Io sono cresciuto con i concerti degli Shellac, è la band che ho visto più in assoluto. Così abbiamo registrato il disco nel suo studio a Chicago e fatto anche un tour negli Stati Uniti, toccando in tre mesi tutte le maggiori città americane con anche tre concerti al giorno. È stato incredibile, e abbiamo anche avuto la possibilità di suonare con molti personaggi importanti come Ron Anderson, un chitarrista newyorkese che suonava con i Ruins, un gruppo giapponese veramente fuori di testa, o Mike Watt, batterista dei Minutemen col quale sono ancora in buonissimi rapporti.
Qualche mese fa abbiamo intervistato Ersilia Prosperi degli OU, e anche lei è molto legata a Chicago e ha mosso primi passi importanti lì. A quanto pare Chicago è la patria del jazz italiano!
Conosco Ersilia, ci ho suonato insieme molte volte! Chicago è tradizionalmente più rivolta verso il blues e il rhythm and blues. Anche se la tradizione negli Stati Uniti è una concetto che sicuramente esiste e viene rispettato, ma si è anche capaci di andare oltre. In Italia siamo ingabbiati all’interno della tradizione, ne siamo vittime. Questo perché i produttori e i direttori artistici dei festival sono convinti di sapere quello che vuole la gente. Hanno paura di perdere soldi, di rischiare. E quindi si rifugiano nella banalità, nel minimo indispensabile. Mi piace tuttavia sperare che il pubblico non sia ancora totalmente rincoglionito. Non ho perso totalmente la fiducia verso gli altri, un po’ ancora ci credo.
Durante il tuo set hai eseguito, a sorpresa, Octopus di Syd Barrett insieme a Mayakovsij. Come è nata questa collaborazione?
Ci siamo conosciuti su Instagram un po’ di tempo fa. Vedevo questa ragazza che portava dentro di sé un talento pazzesco, e abbiamo iniziato a parlare. Dopo qualche tempo mi ha chiesto di darle alcune lezioni ed è diventata mia allieva di chitarra. All’ultima lezione le stavo facendo ascoltare Barrett, che non conosceva. Le ho proprio detto “Non puoi conoscere gli Afterhours e non Barrett!” Personalmente, quando vedo ragazzi talentuosi, cerco di incitarli. Insegnano un sacco di cose anche a me.
Dopo queste parole, Manlio viene come richiamato dalla musica che inizia a risuonare dietro di noi e ci saluta bruscamente, pur se con gentilezza. Lo seguiamo poco dopo verso il palco, il sole è ormai calato e noi, rinvigoriti dalle ultime chiacchiere, ci aggreghiamo ad un pubblico finalmente ricompattato. Le Sacrifighe hanno appena finito il soundcheck, e il concerto si apre sul groove ipnotico di Sexsomnia; mentre balliamo Marta, la cantante, recita con tono acuto un testo che sembra uscito direttamente dalla pagina Wikipedia di un caso clinico affetto dal suddetto disturbo. «Sexsomnia è ispirata ad un caso vero» ci racconta dopo il live «l’ho scritta per informarmi su cosa stesse passando una persona che conoscevo, prendendo ispirazione da tutto ciò che avevo letto in merito». Le canzoni successive continuano a percorrere questa sottile linea a metà fra il serio e il grottesco: Morte ironizza su una fantomatica morte a tre gambe, mentre Litorale racconta una Rimini apocalittica, rimasta congelata nell’immagine stantia del proprio bellissimo lungomare che viene amplificato e reiterato fino all’inverosimile.
Quella delle Sacrifighe è però, almeno in parte, anche una performance coreografica. Marta veste un velo mentre recita una preghiera latina in Peccatorum, suona il bongo negli intermezzi tra un pezzo e l’altro e corre su e giù per il palco durante una cover accelerata di Be Stiff dei DEVO, crollando esausta a terra sullo stacco finale. Il live si conclude con il lancio del peluche di un pesce morto lanciato sul pubblico, girato tra le componenti del gruppo per tutto il set e restituito al grande mare del pubblico per onorare la promessa fatta in una recente videointervista.
È quasi mezzanotte. I Lac Observation si presentano sul palco in formazione ristretta, basso chitarra e batteria. Durante il live veniamo a sapere che dovevano essere in 4, ma Lucia Sole è rimasta bloccata in Emilia Romagna per motivi non meglio specificati. Il live si apre con Splinter in the Mind’s Eye (Fare Forward Fafnir), una cavalcata psichedelica che culmina in un crescendo che rimanda alle atmosfere surreali dei Guided By Voices. Non è un caso se lo stesso Gianlorenzo Nardi, fondatore dei Lac nonché mente creativa dietro al progetto, ha collaborato proprio con Mitch Mitchell nel loro ultimo split. Il concerto prosegue con due brani che incarnano perfettamente la duplice natura del progetto: da un lato A Waterfruit, una terrosa ballata psych-pop, dall’altro Stormy Coast of Tibet, una strumentale folk-rock dalla struttura più classica, seppur sempre contaminata da distorsioni e rumori di fondo. Mentre ci lasciamo cullare dagli archi dell’avvolgente Earthquake Birdsong / One for the Sentient Moss, ci chiediamo quanto la natura nomade del progetto, che si estende fra Napoli, Bruxelles, Roma (e Vienna!), abbia influenzato la scrittura di queste canzoni. Per questo fermiamo Gianlorenzo per fargli un paio di domande.
Lac Observation è un progetto che si divide tra Napoli, Bruxelles, Roma. Cosa ti spinge a viaggiare costantemente e come pensi che questa natura nomade influenzi il progetto?
Io stesso sono un nomade! Lac Observation è nato insieme alla scrittura delle mie prime canzoni nel 2016, nello stesso periodo stavo cominciando anche a suonare la chitarra. Al tempo vivevo a Roma ed è lì che ho inciso le prime cose, insieme all’aiuto di Steve Pepe alla batteria con cui è nato il mio primo EP “Antler Springs” (MyOwnPrivateRecords, 2020). Mi sono poi trasferito a Bruxelles dove ho conosciuto Valentin Noiret degli Arlette con cui è nato il mio primo album, “Rivers and Pillars, the Hart, and All Mountains Are Walking” (Hvergelmir Records / MyOwnPrivateRecords, 2021). Infine è subentrata in formazione Lucia Sole de La Festa delle Rane di Napoli, che mi ha presentato Esp e Salvatore (Galileo Galeone, ndr) e tutti insieme abbiamo inciso “Liquid Splinters Say Goodbye” (Hvergelmir Records / Almost Halloween Time Records) nel 2023 e che sono con me ancora oggi anche nell’ultimo disco “A City of Gandharvas” (Hvergelmir Records / Almost Halloween Time Records, 2025). Oltretutto per un periodo ho anche vissuto a Vienna e in quel periodo ho registrato in casa “Gravity Whispers” (Hvergelmir Records / Almost Halloween Time Records, 2024) insieme a Gildas Bouchaud, il bassista degli Arlette che mi era venuto a trovare per un periodo. Pensate che al momento sto lavorando ad un disco per cui abbiamo già fatto delle session a Napoli ma che sto finendo a Bruxelles, dove mi sono ritrasferito! In generale tutti i membri del gruppo sono accomunati da questa natura nomade, anche il semplice stare spesso in macchina durante i tour e guardare il paesaggio scorrere via ci suggerisce sempre moltissime idee per la nostra musica. Per esempio il secondo pezzo di “A City of Gandharvas”, Splinter in the Mind’s Eye (Fare Forward Fafnir), è nato da una sorta di allucinazione avvenuta mentre suonavo la chitarra e attraversavo il Reno in furgone.
Si percepisce che l’elemento paesaggistico è molto importante nei vostri dischi.
Assolutamente si. Sono nato e cresciuto a Roma circondato da tanto verde pubblico e tante rovine, mentre le estati le ho passate sugli Appennini nel paesino di montagna quasi disabitato dei miei nonni. C’è un pezzo nel primo album chiamato Mount Change che è ispirato al Monte Cambio che guardavo sempre da casa dei nonni. Non è un caso che quando intorno ai vent’anni ho scoperto la musica di Phil Elverum me ne sono subito innamorato, lui usa tantissimo questo immaginario.
Passando da influenza a influenza, la vostra ultima uscita è lo split “You Set the Scene and Fly in” (Hvergelmir Records / Cruel Records / Almost Halloween Time Records, 2026) con i Mitch Mitchell’s Terrifying Experience e Clever Square. Come siete arrivati a collaborare con Mitch Mitchell dei Guided by Voices?
È stato molto buffo. Io sono ossessionato dai Guided by Voices e dai Beach Boys, più fan di me c’è praticamente solo Giacomo D’Attorre dei Clever Square. Semplicemente un giorno ho seguito Mitch Mitchell su Soundcloud e lui mi ha ricambiato il follow. Vedevo che metteva like ai miei pezzi, ho scritto a Giacomo della cosa e lui fomentatissimo ha iniziato a dirmi “Dai chiedigli di fare uno split!”. Io quasi per gioco l’ho fatto e Mitch Mitchell mi ha risposto, tipo nel giro di tre minuti, “Yes let’s do it, ROCK11111” con questi 1 al posto dei punti esclamativi! Comunicare con lui è stato abbastanza difficile perché non aveva un email e potevamo interfacciarci con lui solo tramite Soundcloud, anche passarci i pezzi tra di noi ha richiesto qualche espediente creativo. Però è stato davvero incredibile.
Il mondo della mitologia è una costante nei tuoi lavori. È un racconto solo di costume ed estetica o è una spiritualità che investe anche la vostra quotidianità?
Entrambe le cose. Fin da bambino ho sempre avuto una forte attrazione verso la mitologia, ricordo che passavo ore e ore sull’Enciclopedia Treccani a leggere le storie delle divinità germaniche. Poi magari non c’è un interesse filologico, ma sono suggestioni che elaboro molto personalmente. Il titolo “A City of Gandharvas” nasce ad esempio da un’espressione che ho letto su un testo indiano medievale, che potremmo tradurre come “castelli in aria”. Ricordo che ero nel mezzo della registrazione del disco, e stava già emergendo il fatto che sarebbe stato un lavoro molto lungo e impegnativo. C’era la difficoltà del fatto che io fossi a Bruxelles mentre il resto della band era rimasto a Napoli, i mezzi erano pochi e durante il processo ho rotto diversi registratori a quattro piste. E mentre pensavo a questa situazione, mi sono imbattuto in quel libro e ho pensato che questi “castelli in aria” avessero molto a che fare con la situazione che stavo vivendo. Anche Hvergelmir, il nome della mia etichetta, viene dalla mitologia nordica e indica una fonte da cui sgorgano tutti i corsi d’acqua del mondo. Ed è un nome che ho subito associato al mio flusso di scrittura, allo sgorgare senza sosta di idee che sentivo durante i primi anni del progetto.
Così come l’ultimo disco de La Festa delle Rane, “A City of Gandharvas” è stato registrato su cassetta. Il vostro però è un suono più stratificato e meno minimale del loro, con diversi layer e sovrapposizioni. Perché la scelta di un formato come la cassetta, nonostante renda sicuramente meno a livello sonoro?
Non trovo affatto che la cassetta limiti il suono. Io stampo con T.A.P.E. Muzik, un’azienda di Lipsia che fa un lavoro eccelso sulla qualità del suono. Quando mi sono arrivate le prime cassette le ho ascoltate e suonavano anche meglio dei file .wav che avevo sul computer. Poi rimane il fatto che amo il formato del vinile, soprattutto perché ci tengo parecchio all’aspetto estetico di una copertina. Robert Pollard dei Guided by Voices dice che si può assolutamente giudicare un disco dalla copertina, e io sono totalmente d’accordo con lui. Però “A City of Gandharvas” dura un’ora e mezza, avrebbe bisogno di un doppio vinile e come artista totalmente indipendente comporterebbe una spesa che non posso sostenere. La cassetta continua ad avere il suo fascino, è anche una comodissima moneta di scambio che puoi lasciare e farti lasciare dagli altri musicisti.
Il festival si chiude con i Laguna Bollente, due ragazzi di Venezia che, a colpi di basso, chitarra e drum machine cercano di abbattere la visione della città lagunare come una mera cartolina per turisti. Si alternano momenti poetici, come la litania noise di Radio R, che cita una celebre poesia di Montale (Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale…) a esternazioni più impulsive; “Mammucari, io ti pesto a sangue fuori dalla Coop” canta Dunia in Sette Mediatiche. Al pubblico però non interessa render conto di queste sfumature, e in men che non si dica ci troviamo immersi nel ballo costante e sfrenato che ha luogo sotto al palco.
Il set finisce, sono quasi le 2. Con le ultime energie che abbiamo in corpo, dopo aver salutato Pippo e Marcello, ci avviamo verso la macchina parcheggiata poco più in là. Nelle mie orecchie, intanto, continuano a rimbombare i caldi bassi di Parentesi.
E così finisce il festival. Mentre Lorenzo sarà probabilmente arrivato già a casa, io sono alla fermata del primo bus notturno disponibile e razionalizzo 11 concerti visti tutti insieme, che sono più del triplo di quelli che sono riuscito a vedere in 30 anni. So che non è il massimo da confessare alla fine del reportage di un festival, ma se ho deciso di voler raccontare questa storia e di volermi ritagliarmi delle piccole parti nella sua narrazione è perché credo che realtà come questa parlino anche chi, come me, ai concerti non ci va mai perché c’è troppa gente, perché non ha l’amico fan della band con cui andarci, perché costa troppo e magari si sente pure male, e forse è meglio restare a casa a godermi il disco su Bandcamp o su Spotify. Occasioni come “Giovani Spiriti Città Infame” ci ricordano invece che alla base di ogni evento culturale non c’è solo la soddisfazione di un bisogno determinato, o la comodità di ritagliarti un giorno di relax in mezzo ad una settimana lavorativa infernale. C’è anche il piacere della scoperta e della condivisione, l’immersione in un ambiente in cui sperare di trovare nuova musica e nuove prospettive, stimoli inediti e situazioni impreviste. Ed è così che un festival ai margini della periferia disegna un mondo possibile, e poi ci lascia tornare a casa. Con i suoi segni ancora addosso che poi, come pennellate ancora fresche, finiscono per spargersi nel resto della città. Forse più giovane, sicuramente non meno infame.
Articolo a cura di Vincenzo “Notta” Riccardi e Lorenzo Antuori con la collaborazione della redazione.
Sì, lo sappiamo, il report è un formato anacronistico nell’epoca del video, ma non tutti gli eventi vivono esclusivamente di reel e TikTok. Raccontare un festival, i suoi caratteri e i suoi umori, è un atto di testimonianza, un vecchio cruccio della critica che ha ancora il suo senso: quello di lasciare una traccia. Ci sono realtà che meritano di essere raccontate, e questa era una di quelle.

















Un appunto: "una città di Gandharvas" è il corrispettivo di "castelli in aria", i Gandharva sono dei musicisti bluastri nel ciel
Grazie!
Ufo Angiasale